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Non vado in terapia perché non sono malato. Non ne ho bisogno: io non sono pazzo. « Kaizen Mental Training

Kaizen Mental Training Blog

Non vado in terapia perché non sono malato. Non ne ho bisogno: io non sono pazzo.

Di certo non sarò io a darti torto.

La storia e la nostra cultura (e per nostra intendo principalmente quella italiana) sono piene di esempi che ci insegnano come sia stato facile, finora, classificare e etichettare chi ha saputo rivolgersi ad un professionista della Psicologia, come ‘pazzo-matto-depresso-schizzato-psicolabile- psicotico-nevrotico-isterico-malato di mente..(ne hai altre?aggiungi pure)’.

Voglio dire: dallo ‘Psicologo’, di qualunque stampo o estrazione esso sia, ci vanno i ‘pazienti’. Questo termine a cosa lo si riconduce se non alla Medicina e agli ospedali? Ecco la trattazione data da Wikipedia:

“Un paziente è una persona che si rivolge ad un medico o ad una struttura di assistenza sanitaria per accertamenti o problemi di salute.
Il termine deriva dal latino patiens, il participio presente del verbo deponente pati, intendendo “sofferente” o “che sopporta”.”

Mi sembra esplicativo a sufficienza…
Accertamenti riguardanti problemi di salute.
Ecco, ora pensate al Polo Nord. Questa definizione, e tutto ciò che ne consegue, sono il Polo Nord. Ora invece pensate al Polo Sud. Ciò che intendo e intendiamo (noi e voi, se sarete d’accordo) in K.M.T. per Psicologia delle Persone fa sempre parte dello stesso mondo, ma è diametralmente sull’altro emisfero del globo.

Vorrei amplificare il concetto che più mi preme evidenziare: non mi piacciono le etichette. Non trovo utile classificare le persone per categorie, e spiego perché.
Per anni all’Università di Psicologia ho studiato che cosa fosse necessario affinché una persona potesse essere riconosciuta all’interno degli aventi diritto a fare parte di un determinato ‘criterio diagnostico’. Vero. Affascinante. Scoprire che, in base ad un manuale dei disturbi mentali, se hai questa affezione per un certo lasso di tempo, fai parte della categoria dei “depressi- ossessivo/compulsivi-borderline-nevrotici-paranoidi-psicotici…ecc…” ha sicuramente un’utilità estrema per capire con chi si intende collaborare.

Dopodiché, negli ultimi anni di Università, mi è stato possibile riflettere su un’altra domanda: “…ora che sono a conoscenza di queste caratteristiche, COME agisco per produrre un miglioramento concreto?”; e da quel momento, per scelta personale, è avvenuto in me un distacco da quella che considero tuttora la ‘Psicologia Tradizionale’, come quasi tutti la intendono.
Notavo che, per come la vedevo, essa non faceva abbastanza una volta scoperte certe caratteristiche di una persona. Si, la etichetta alla perfezione per quel manuale, quei professionisti…e poi? Necessitavo di una rotta più nitida verso l’isola del benessere. Percepivo che dal momento della classificazione in poi ci fosse troppa ‘nebbia’ all’orizzonte: ciò che interessava a me era esattamente il contrario, ossia che da quel momento in poi ci fosse un’ottima, nitida visibilità. Quello che era stato fin li quella persona, quante ore al giorno avesse quel disturbo, o come la facesse stare ripensare a quando provava certi stati, come altro poteva farla stare se non come è sempre stata decidendo poi per questo di contattare un professionista al fine di evitare che certi disagi si potessero ripresentare?!

La Programmazione Neuro Linguistica mi ha diradato le nubi e illuminato la strada di quello che realmente, a mio parere, contava: come agire da qui in poi.

“Puoi cambiare il passato? Se la risposta è no, cosa ci vivi a fare?” Richard Bandler.

Non amo etichettare. Non amo classificare. Per il semplice fatto che poi, di questo nome, di questa parola, di questa frase, cosa me ne faccio?
Preferisco pensare al futuro, a quello che potrà essere se da qui in poi si riesce ad agire in direzione di un obiettivo, uno stato desiderato, una soluzione.

Ritengo che gli Psicologi, intesi sempre nel significato più comune, lavorino più sul passato che sul futuro; su ciò che è stato più che su quel che potrà essere. Trovo che sia,invece, utile e profittevole lavorare sulle soluzioni, e meno sulle cause. Ho usato la parole profittevole volutamente perché credo che ogni essere umano faccia ciò che fa unicamente per il profitto che ne consegue. Pensateci. Non mi riferisco al profitto economico. O almeno, non solo. Faccio riferimento a qualunque forma di profitto: sentimentale, relazionale, personale, il profitto che ne ricavi anche da un massaggio rilassante. Sono tutti esempi in cui ognuno di noi ne ricava un piacere, un beneficio, un profitto, appunto. Chi non ha il bisogno di farsi una serata con gli amici/amiche davanti a un film, una cenetta grazie alla quale poter parlare ridere scherzare piangere spettegolare? Chi non prova una bella sensazione dopo aver aiutato un familiare o un amico in una qualunque cosa? Chi non va a letto sereno dopo una giornata faticosa e piena di impegni, sapendo di aver assoldato tutti gli incarichi? Chi non sta meglio dopo aver fatto l’amore con la propria ragazza/ragazzo? Chi vorrebbe interrompere un massaggio rilassante in centro benessere dopo una settimana faticosa?

Io credo che possano essere tutti ritenuti dei profitti, benefici, piaceri.

Quello che caratterizza il lavoro con me e con il team K.M.T. è esattamente la volontà di vedere realizzati dei cambiamenti. E non in direzione del passato, o ancorati a ciò che è stato negli anni: ma in vista di ciò che decidi debba essere in futuro.
Quello che è stato è da tenere ben presente e farne tesoro, farne esperienza. Ma non dev’essere considerato un fattore di ancoraggio, di peso dal quale faticare a staccarsi. A me piace immaginarlo più come un trampolino, che nel momento di maggiore sforzo è piegato e teso, quasi spezzato…e che poi da il via alla spinta, allo slancio, al volo…verso il traguardo.

I miei studi contengono principalmente nozioni e strumenti di Coaching. Il termine “coach”, in inglese, significa anche carro, carrozza o vettura: infatti l’espressione “to travel coach” significa viaggiare in vettura; un Coach è letteralmente un mezzo che trasporta una persona da un luogo di partenza a un luogo d’arrivo desiderato. In questo senso, essere un buon Coach è un po’ come essere un buon tassista. Sì, proprio un tassista.
Qual è la prima domanda che il tassista rivolge al cliente?
“Dove la porto?”
Ed allora, il cliente, riferisce dove desidera essere portato. Da un luogo di partenza (lo stato attuale), al luogo di arrivo (lo stato desiderato).
Chiara come metafora?

“La psicanalisi, come origine delle religioni, non trova altro se non ciò che costituisce la malattia del singolo…e qui si vuol curare?” Franz Kafka

KaizenMentalTraining lavora solo ed esclusivamente in direzione di obiettivi, verso mete da raggiungere. Te lo immagini il cliente del taxi che alla domanda postagli, risponde: “Mah, non lo so, al cinema no perché mi sono sempre annoiato, a teatro nemmeno perché c’è sempre troppa gente…” e via dicendo. Collaboriamo con clienti (e non pazienti, perché ci si aiuta a vicenda: tu mi dici dove vuoi andare e io ti aiuto ad andarci facendo chiarezza e mettendoti a disposizione la mia vettura gialla!) che vogliano migliorare la propria esistenza ottenendo da essa il meglio da sé e dagli altri. Nessuno che si rivolge a me è malato, nessuno ha disturbi o etichette: non ci sono utili.
Chiunque ha degli stati attuali, delle caratteristiche: delle basi di partenza dalle quali muoversi in vista di ciò che si intende ottenere. E credo che una volta raggiunta la destinazione, realizzato l’obiettivo…se per qualche manuale eri “xyz”, chissenefrega?!? Ha più importanza?
Il fastidio che provo nei confronti delle generalizzazioni è dovuto anche dal senso di ‘appiattimento’ che attribuiscono alle persone, togliendo attenzione alle differenze tra individuo e individuo. Ci tengo a ricordare che l’unicità delle persone sia un bene, una base di partenza, dalla quale incominciare a vele spiegate.
Credo che nessun essere umano su questo pianeta sia un’unica sostanza da quando nasce a quando si eleva a ciò in cui ha creduto: ognuno di noi è la somma di tutti i momenti della sua vita; di tutte le esperienze che ha vissuto. E quelle che ancora, scegliendole di volta in volta, dovrà vivere.
Niente di più, niente di meno.

“L’esperienza non è quello che succede ad un uomo; è quello che un uomo realizza utilizzando quello che gli succede.”

Aldous Huxley

 

 

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Nicola Pacchetti

 

 



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